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Benci di Cione DAMI

di Enrico Bassan - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 32 (1986)

DAMI, Benci (Bentivenni) di Cione. – Figlio di Cione, nacque probabilmente verso il primo o il secondo decennio del sec. XIV, poiché nel quinto decennio si trova impegnato come architetto a Firenze in compiti di notevole responsabilità (Passerini, 1865, p. 103, n. 1).

Cione (forse forma abbreviata del nome Belfincione), anch’egli architetto, era originario della zona di Como e non imparentato con le famiglie dei Cioni fiorentini, fra cui l’Orcagna; si era trasferito forse già col figlio in data imprecisata a Firenze (Frey, 1909; diversa l’interpretazione delle fonti data da Boito, 1880, p. 233; da Cavallucci, 1881; e da Merzario, 1890, p. 252), dove risulta deceduto’certo prima del 10 apr. 1348, quando, in un documento così datato, il D. viene espres samente indicato come figlio “del fu Cione” (doc. citato in Carocci [1906]).

Una valida opportunità alla formazione del D. fu offerta negli anni della sua giovinezza dai due grandi cantieri fiorentini allora aperti, presso i quali egli potrebbe aver esercitato il ruolo di apprendista (Frey, 1909): quello del duomo, al tempo di Andrea Pisano, e quello di S. Maria Novella, sotto la guida di Iacopo Talenti da Nippozzano.

Il D. deve essersi comunque svincolato da mansioni subordinate già prima della metà del secolo, quando è probabile fosse iscritto alla corporazione dei maestri di pietra e legname, come risulta da un registro compilato nel 1358 su documenti anteriori (Frey, 1885, p. 106).

Nonostante la pur dubitativa ipotesi di una partecipazione del D. ai lavori di ricostruzione dell’oratorio di Orsammichele fin dalla posa in opera della prima pietra – il 29 luglio 1337 -7 (Milanesi, 1873, p. 330; Toesca, 1951, p. 22 n. 13; Busignani-Bencini, 1982, p. 135), il suo contributo a tale edificio deve verosimilmente risalire soltanto alla più tarda fase della seconda metà del secolo, quando, nel 1361 e nel 1366, la presenza del D. in relazione al lento svolgersi del cantiere è sicuramente documentata (Franceschini, 1892, p. 57; De Fabriczy, 1894; Paatz, IV, 1952, pp. 482 s., 511 n. 24; Kreytenberg, 1983).

Nel 1345 e poi nel corso dell’anno successivo il D. risulta impegnato insieme con Neri di Fioravante al palazzo del podestà- (o bargello), all’interno del quale dovette sovraintendere alla costruzione di tre camere ora non più riconoscibili e, nella torre, di scale, volte e camere oggi distrutte. Rimane invece la grande finestra del lato sud del palazzo (pagamenti in favore dei D. datati 13 e 17 maggio e 30 giugno 1346), realizzata per conferire adeguata illuminazione al nuovo monumentale ambiente costruito da Neri di Fio ravante (Paatz, 1919-32, pp. 311 s.; Braunfels, 1953, pp. 190 s.; Bucci, 1971).

Dal 1348 il D. lavorò alla costruzione del monastero di S. Giovanni Battista di, Lapo, negli immediati dintorni di Firenze (Arch. di Stato di Firenze, Conventi soppressi, 150, cc. 1-16v; Carocci [1906]), le cui deboli testimonianze sopravvissute ai rifacimenti posteriori, relative soprattutto alla facciata della chiesa, indicano l’impiego da parte del maestro di un sobrio lessico decorativo.

Qualche maggior indizio può trarsi da un’analisi della chiesa di S. Carlo Borromeo (già S. Anna dei Lombardi), commissionata al D. e a Neri di Fioravante nel 1349 dal Comune fiorentino e finanziata dai capitani di Orsammichele (il che ha in passato indotto a confondere i due cantieri). L’edificio, sebbene abbandonato ancora in embrione nel 1351 dai due architetti, chiamati ad erigere bastioni e fortificazioni nella città (Gaye, 1839, p. 503; Braunfels, 1951, p. 232), mette in rilievo nel partito costruttivo, tralasciato alla ripresa dei lavori) dei supporti angolari in controfacciata, l’intento di dar forma ad una chiesa “a sala” voltata, una soluzione rara e originale in considerazione delle limitate dimensioni della costruzione. (Gaye, 1839; Paatz, I, 1940, pp. 411 s., 418 n. 5; Busignani-Bencini, 1982, pp. 155 ss. e fig. a p. 158).

Insieme con Francesco Talenti, il D. fu chiamato in veste di esperto, forse nel 1355 (pagamenti per entrambi datati aprile 1358: Milanesi, 1854; Lusini, 1911; Carli, 1979), dall’Opera del duomo di Siena per valutare i difetti della nuova costruzione, rilasciando un parere scritto di notevole peso per il successivo svolgersi di quei lavori.

Negli stessi anni il nome del D. comincia a comparire nei documenti relativi al cantiere di S. Maria del Fiore, all’interno del quale per un lungo lasso di tempo esercitò compiti di.diversa responsabilità.

Nel 1355 viene per la Prima volta menzionato come membro della commissione designata a giudicare il modello della chiesa realizzato da F. Talenti (Guasti, 1887, pp. 83 s.; Grote, 1959, p. 76), nei confronti del quale espresse delle riserve, protestando poi per e fondamenta già scavate e contro la forma delle colonne. Una polemica forse sterile, se lo stesso D. sembra non aver fatto seguito alle ripetute richieste di un disegno che documentasse la propria controproposta (Guasti, 1887, pp. 97 s.; Crispolti, 1937, p. 124; Paatz, III, 1952, p. 445, n. 66; Grote, 1959, p. 78), e in qualche modo risolta nel 1358, quando intervenne in una nuova commissione convocata a suggerire alcune modifiche di quel medesimo progetto, riguardanti però la forma dei pilastri esterni (Guasti, 1887, p. 120; Crispolti, 1937, p. 140; Grote, 1959, p. 80).

Un ruolo più rilevante nel cantiere del duomo fiorentino dovette assumerlo negli anni 1366-67 (ma ancora nel 1359 era sicuramente impegnato al campanile: Guasti, 1887, p. 123; Paatz, III, 1952, p. 440 n. 54; Trachtenberg, 1971, pp. 120, 196, doc. n. 134), dopo aver diretto – come si è già accennato – forse non molto felicemente (Franceschini, 1892, pp. 57 s. n. 1; Wood Brown, 1907, p. 1901, il cantiere di Orsanmichele.

In quel biennio, infatti, il D. contribuì a dar forma assieme a Neri di Fioravante, Stefano Metti e Francesco Salvetti e ad una schiera di altri artisti che includeva nomi come Andrea di Bonaiuto, l’Orcagna e Taddeo Ciaddi, a quel modello che, vinto il 13 ag. 1366 il concorso cui avevano partecipato con progetti propri Simone Talenti e Giovanni di Lapo Ghini, diverrà vincolante per gli anni a venire fino all’intervento del Brunelleschi (Guasti, 1887, pp. 167 ss.; Crispolti, 1937, pp. 175-192 passim; Paatz, III, 1952, pp. 331 s.; Grote, 1959, pp. 91-95; Saalman, 1964, p. 484).

All’interno dell’équipe, forse diretta da Neri di Fioravante (Saalman, 1964, p. 484; Id., 1980, p. 46), il D. deve aver svolto un ruolo rilevante, se non di primo piano: ne è prova, oltre alla continuità di lavoro che lo lega al cantiere per un lungo lasso di tempo (sarà capomaestro dal 1376 c. fino al 1388: Guasti, 1887, pp. 235 ss.; Paatz, III, 1952, p. 332), il fatto che egli stesso sia coinvolto in prima persona nelle polemiche sorte nel ’67 in relazione alla presunta inattuabilità del progetto (Saalman, 1964, p. 489, n. 71; e Kreytenberg, 1974, p. 61, che correggono l’interpretazione data alla questione dai Paatz, III, 1952, pp. 450-52).

Nel periodo durante il quale esercitò le funzioni di capomaestro del duomo, il D. venne anche incaricato dall’amministrazione. della Fabbrica di sovraintendere, assieme a Simone Talenti, ai lavori di costruzione della loggia della Signoria, alla quale risulta impegnato dal 1376 e poi, dopo un’interruzione, dal 1382 (Frey, 1885).

Questi sono gli anni di maggior prestigio per il D., chericoprì anche funzioni pubbliche: nel 1367 e poi ancora nel 1374 fu dei Priori, mentre nel 1385 fu inviato dal Comune fiorentino ad Arezzo (Frey, 1885, p. 106 n. 60).

Il D. morì a Firenze nel 1388.

Difficile una valutazione sia dell’opera complessiva del D. sia dei suo personale contributo in occasione della costruzione della loggia, che rappresenta comunque l’apice della: sua carriera. Considerato dal Toesca (1951, p. 24) l’ideatore dell’opera, certo di grande significato per il corso dell’architettura italiana fra Medioevo e Rinascimento, il D. viene indicato dal Frey (1909, p. 295), forse con maggior esattezza, solo come l’abile collaboratore di Simone Talenti, al quale andrebbe assegnata invece la vera e propria elaborazione progettuale.

Secondo questa linea, suggerita dal confronto critico tra i numerosi documenti relaùvi all’intero svolgersi dell’attività del D., la sua figura assume i connotatì non tanto di un geniale ideatore di forme nuove, quanto di un valido costruttore dotato di spiccate capacità organizzative, al quale va tuttavia attribuito un ruolo notevole nella elaborazione e diffusione del gotico fiorentino (Frey, 1909, pp. 295 s.).

Fonti e Bibl.: Arch. di Stato di Firenze, Conventi soppressi, 150 (S. Maria del Fiore detta di Lapo, monache agostiniane), filza 20, Librodi uscita (1349-1412), cc. 1-16v (1349, aprile 8-settembre 19); Ibid., Notarile antecosimiano (Notaio Arrighi Antonio), A. 913, 1386-1387, cc. 200-201v; G. Gaye, Cart. ined. d’artisti…, I, Firenze 1839, pp. 499 ss., 503; G. Milanesi, Docum. per la storia dell’arte senese, I, Siena 1854, doc. n. 56 alle pp. 249 ss.; C. Guasti, Se possa attribuirsi a Giotto il disegno della facciata di S. Maria del Fiore…, in Arch. stor. ital., n. s., XVII (1863), p. 140; L. Passerini, Del Pretorio di Firenze, Firenze 1865, pp. 17 e n. 3, 22 s. e n. 1, 25 e nn. 1 s., 103 e n. 1 108, 122 e n. 2; G. B. Uccelli, Il palazzo del Podestà, Firenze 1865, p., 192; G. Milanesi, Sulla storia dell’arte toscana, Siena 1873, pp. 20, 330; C. Boito, Architettura del Medio Evo in Italia, Milano 1880, pp. 195, 233 s.; C. J. Cavallucci, S. Mariadel Fiore, Firenze 1881, pp. 19 s.; C. Frey, DieLoggia dei Lanzi zu Florenz, Berlin 1885, pp. 22 s., 30, 40, 57, 105 s., n. 60 e appendice documen., pp. 274 ss.; C. Guasti, S. Maria del Fiore, Firenze 1887 (i docc. sono in ord. cronol.); P. Franceschini, L’oratorio di S. Michele in Orto…, Firenze 1892, pp. 42, 57 s., 64 n. 1 (recens. di. C. De Fabriczy, in Arch. stor. d. arte, VII [1894], p. 224); G. Merzario, I Maestri Comacini, Milano 1893, II, pp. 251 s.; G. Carocci, I dintornidi Firenze [1906], I, Roma 1968, p. 169; A. Venturi, Storia d. arte ital., Milano 1906, p. 711; J. Wood Brown, The builders of Florence, New York 1907, pp. 183, 190, 305; K. Frey, in U. Thierne-E Becker, Künstierlexikon, III, Leipzig 1909, pp. 295 s. (s. v. Benci di Cione Dami); V. Lusini, Il duomo di Siena, I, Siena 1911, pp. 179 ss., 186 nn. 54, 57; W. Paatz, Zur Baugeschichte des Palazzo del Podestà (Bargello) in Florenz, in Mitteilungen des Kunsthistorischen Instituts in Florenz, III (1919-32), pp. 311 s. e app. docum., p. 320 nn. 57, 67; V. Crispolti, S. Mariadel Fiore, Firenze 1937, ad Ind.; W. e E. Paatz, Die Kirchen von Florenz, I-IV, Frankfurt am Main 1940-1952 (cfr. Indici, VI,ibid. 1954); P. Toesca, Il Trecento, Torino 1951, ad Ind.; W. Braurifels, Mittelalterliche Stadtbaukunst inder Toskana, Berlin 1953, ad Ind.; A. Grote, Studien zur Gesch. der Opera di S. Reparata…, München s. d. [ma 1959], ad Ind.; H. Saalman, S. Maria del Fiore, in The Art Bulletin, XLVI (1964), pp. 484, 486 n. 61, 489 n. 71, 492; J. White, Art and architecture in Italy, 1250 to 1400, Harmondsworth 1966, ad Ind.; M. Bucci, Palazzi di Firenze, I, Quartiere di Santa Croce, Firenze 1971, pp. 63 s.; M. Trachtenberg, The campanile of Florence cathedral…, New York 1971, pp. 120, 196 doc. n. 134, 201 doc. n. 201; G. Kreytenberg, Der Dom zu Florenz, Berlin 1974, p. 63; E. Carli, Il duomo di Siena, Genova 1979, p. 21; H. Saalman, F. Brunelleschi. The cupola…, London 1980, ad Ind.; A. Busignani-R. Bencini, Le chiese di Firenze. Quartiere di S. Croce, Firenze 1982, pp. 135, 155 ssá; G. Kreytenberg, Or San Michele und die Florentiner Architekturum 1300, in Mitteil. des. Kunsthist. Instituts inFlorenz, XXVII (1983), p. 186; Encicl. Ital., VI, p. 595 (s. v. Benci di Cione Dami).

 

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