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Gaetano CIONI

di Stefano Giovanardi - Dizionario Biografico degli Italiani - Volume 25 (1981)

CIONI, Gaetano. – Nacque a Firenze nel settembre 1760.

Di grande precocitá intellettuale (a otto, anni aveva composto un’ottava, a dieci una intera canzone sull’ingratitudine), compì i primi studi sotto la guida dello zio paterno Benedetto Cioni, religioso delle Scuole Pie fiorenfine. Nonostante l’impostazione prevalentemente umanistica delle sue prime esperienze culturali, il C. dimostrò subito uno spiccato interesse per la scienza. Iscrittosi alla facoltà di medicina dell’università di Pisa, ebbe come maestri prediletti rentomologo Rossi e i fisici Bianucci e Ostili, seguaci di B. Franklin e di G. B. Beccaria.

L’inclinazione per le scienze naturali portò il C. ad interessarsi in particolar modo di chimica. Frutto delle sue ricerche in tale campo sono una serie di pubblicazionì, stampate a Firenze, tra cui Giorgi et Cioni Med. DD. Prospectus eorum Comentarii circa aquae analysim a DD. Meusnier et Lavoisier Parisiis 1784 factam (1784), Opuscoli fisici e chimici di T. Bergman, tradotti in italiano con aggiunte e note (1787), Trattato elementare, ovvero principî di fisica del signor Brisson (1791).

Ben accetto al governo napoleonico, il C. ebbe anche ampie prospettive di carriera politica: segretario del ministero dell’Interno durante il Triumvirato toscano, fu nominato commissario straordinario per la Lunigiana e mantenne l’incarico dal 1801 al 1803. Decise tuttavia ben presto di abbandonare la politica attiva per dedicarsi alla ricerca scientifica e filologica. Già nel 1801 aveva collaborato, avendo una parte di primo piano, al ripristino dell’Accademia del Cimento, che riaprì i battenti il 16 marzo di quell’anno col nome di Accademia sperimentale scientifica, sotto l’egida di Napoleone e la presidenza di Felice Fontana. I suoi studi scientifici gli valsero la cattedra di fisica matematica e poi di fisica sperimentale all’università di Pisa. Ma la sua esperienza accademica fu di breve durata: caduto Napoleone, le autorità restaurate privarono il C. della cattedra; e per sopravvivere lo studioso fu costretto ad accettare un modesto impiego presso la ferriera di Pistoia. L’esperienza in ferriera, tuttavia, lo spinse ad orientare i suoi interessi verso la fisica applicata e la chimica industriale. Sono di questo periodo diversi esperimenti compiuti dal C. riguardo alla produzione dell’ammoniaca, alla raffinazione del borace e alla fabbricazione della latta.

Parallelamente all’attività scientifica, il C. non smise mai di coltivare spiccati interessi letterari e linguistici. Da questo punto di vista, anzi, egli venne tenuto nella massima considerazione dai maggiori intellettuali del suo tempo, grazie anche ad un caso abbastanza inconsueto di cui era stato protagonista. Nel 1796 il C. aveva pubblicato a Firenze con la falsa data di Amsterdani le Novelle di Giraldo Giraldi fiorentino per la prima volta date in luce. Nell’introduzione al testo egli asseriva di aver scoperto le novelle in un blocco di manoscritti da lui acquistato e di essere riuscito e stabilirne la paternità grazie a un esemplare autografo di una delle novelle, firmato Giraldo Giraldi e datato 1479, L’aver individuato un nuovo nome da aggiungere alla già fitta schiera di prosatori toscani del XV sec. procurò al C. numerosi e convinti consensi. Una volta diffusasi la fama del sino allora sconosciuto novellàere, il C. con vera tecnica teatrale rivelò che in realtà una sola delle novelle (e cioè l’esemplare autografo del 1479) era da attribuirsi a Giraldo Giraldi, mentre tutte le altre erano il risultato di un attento lavoro di imitazione linguistica compiuto dal C. stesso. Il falso venne addirittura ufficializzato dal C., in una lettera all’Accademia della Crusca in occasione della premiazione del concorso bandito dall’Accademia nel 1823, al quale il C. aveva presentato la seconda edizione delle Novelle di Giraldo Giraldi, recante la data del 1819, Nella lettera il C. afferma testualmente: “avendo prestato forse troppo facile orecchio ai consigli di qualche amico, ho preso animo di presentare le Novelle del Giraldi, che oramai si sa essere da me dettate, all’I. e R. Accademia della Crusca nell’occasione dell’attual concorso”. La rivelazione fece salire notevolmente le quotazioni del C. nella stima di dotti e puristi, ammirati dal perfetto possesso dell’italiano del Quattrocento dimostrato dallo studioso nel comporre le novelle apocrife. Solo dopo la morte del C. il filologo russo A. Vesselovskij dimostrò che le novelle non erano né di Giraldo Giraldi né del C., bensì di Giovanni Gherardi da Prato, autore del Paradiso degli Alberti, opera mista di novelle, prose, discussioni dotte e descrizioni geografiche di cui il Vesselovskij curava l’edizione.

Tuttavia, grazie all’ingegnoso e complicatissimo falso, il C. poté frequentare, molto stimato, tutti gli ambienti culturali, fiorentini e non. Intimo amico e consigliere del Vieusseux, che ancora nel 1848 si rivolgeva a lui ottantottenne per avere consigli riguardo alla pubblicazione di alcune lettere politiche indirizzate al conte di Bombelles nel 1822 (di cui il C. conservava una copia), partecipò all’attività svolta dal Gabinetto scientifico e letterario fondato dal Vieusseux nel 1819, collaborò con lui al progetto di una Gazzetta letteraria di Firenze, e fu tra i fondatori e redattori dell’Antologia, fra il 1821 e il 1833. Oltre che all’Antologia, il C. collaborò anche al Saggiatore e al NuovoGiornale dei letterati, stringendo rapporti che gli fornirono una grossa notorietà, al punto che il Manzoni affidò a lui e a G. B. Niccolini la “risciacquatura in Arno” della prima edizione dei Promessi sposi.

Eseguite fra il 1827 e il 1828, le correzioni del C. dimostrano da una parte un’ottima capacità di penetrare il senso più riposto dell’articolazione linguistica manzoniana, ma dall’altra un’adesione alla normativa toscana forse troppo rigida nel suo nop prendere in considerazione i diritti dell’espressività locale e gli apporti spesso molto opportuni di altre aree Iinguistiche’e dialettali. La concezione “imperialistica” del toscano è soprattutto evidente nel C. in occasione di certe correzioni particolari, riguardanti idiotismi o modi di dire: ad esempio, la sostituzione di “dando ciance a Renzo” con “menando l’oche a pastura a Renzo” oppure “testa vuota” al posto di “testa busa”; “fargli perdere lo schermo” invece di “fargli perdere la scrima”; “tracannò” invece di “ingorgiò”; “sciupinio” in luogo di “sprecamento” e così via. Comunque il Manzoni dovette tenere in gran conto i suggerimenti dei C., visto che la maggior parte delle correzioni furono accolte nell’edizione definitiva del romanzo.

Oltre che con Manzoni, il C. fu in ottimi rapporti anche con il Leopardi, che durante il suo soggiorno fiorentino era assiduo frequentatore del circolo del Vieusseux. Fu anzi proprio il C. ad accompagnare il poeta recanatese a Pisa nel 1827, Nel 1835 il C. divenne proprietario della stamperia Galileiana, cedutagli da Glauco Masi, giacobino e murattiano che, caduto in disgrazia con la Restaurazione, aveva poi potuto riprendere l’attività grazie ai buoni uffici del Vieusseux. È in questo periodo che il C. si dedica con maggior zelo ad un’opera già cominciata molto tempo prima: la traduzione in ottave della Pulzella d’Orléans di Voltaire.

Sebbene mai compiuta, l’impresa gli procurò parecchi consensi, tra cui quello di Giuseppe Giusti che, capitato al Gabinetto Vieusseux durante una lettura pubblica di alcune parti dell’opera, scrisse al C. una lettera in cui lo incoraggiava a completarla dato l’alto valore sia del testo originale sia della versione italiana. Di parere contrario era invece Niccolò Tommaseo, che trovava sconveniente il testo volterriano, al punto da rifiutare la cura di una raccolta di antiche novelle toscane che il C. gli aveva proposto.

L’attività editoriale del C., caratterizzata dalla pubblicazione delle opere del Gabinetto Vieusseux, degli Atti dell’Accadernia del Cimento, dell’Archivio storico italiano e della traduzione dell’opera omnia di Tucidide, non lo distolse tuttavia mai del tutto dai suoi interessi scientifici: nonostante l’età avanzata, compì numerose osservazioni sulla botanica microscopica e sulla conformazione dei vasi sanguigni negli intestini degli animali, ideò un compasso statuario e un amplificatore pittorico di notevole utilità per le arti figurative nelle quali si cimentò anche direttamente come disegnatore e pittore, in un’ansia di enciclopedismo per cui amava ripetere in tarda età, riferendolo ovviamente alla propria vita, il seguente distico di Giovenale: “Grammaticus, rhetor, geometres, pictor, aliptres, augur, schoenobates, medicus, magus: omnia novit”.

Il C. morì a Firenze nel 1851.

Fonti e Bibl.: F. Bonaini, Elogio del dott. G. C., Firenze 1852; G. Gherardi da Prato, Il Paradiso degli Alberti, a cura di A. Vesselovskij, Bologna 1867, pp. 1-42; A. Manzoni, Lettere, a cura di Giovanni Sforza, Pisa 1875, I, p. 496; A. Furnagalli, Lexicon typographicum, Florence 1905, p. 280; G. Sforza, Scritti postumi di A. Manzoni, Milano 1900, pp. 295 55.; V. Monti, Epistolario, a cura di A. Bertoldi, Firenze 1927-1931, VI, p. 169; N. Tommaseo, Diario intimo, a cura di P. Ciampini, Torino 1938, pp. 118-123, 127-132. 241; N. Tommaseo-G. P. Vicusseux, Carteggio inedito, a cura di R. Ciampini, Roma 1950, pp. 199-204, 220; G. Giusti, Epistolario, V, a cura di Q. Santoli, Firenze 1956, p. 103; A. Manzoni, Tutte le opere, VII, Lettere, I-III, a cura di C. Arieti, Milano 1970, ad Ind.;R. Ciampini, Fieusseux, Torino 1953, pp. 100-103, 164, 184, 192; A. Galante Garrone-F. Della Peruta, La stampa ital. d. Risorg., Bari 1979, ad Ind.

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